Testimonianza su Gennie Lemoine

Intervento di apertura dei lavori della Giornata di studio su "Il femminile allo specchio". Milano, 2008

Amelia Barbui

La lettera di J. Lacan del 5 gennaio 1980, con la quale scioglieva l’Ecole Freudienne e al tempo stesso chiamava ad associarsi coloro che volevano proseguire con lui, fu per me l’occasione di conoscere Gennie Lemoine.

“Non ho bisogno di molti. E ci sono molti di cui non ho bisogno.” Scriveva Lacan in quella lettera “Coloro che ammetterò con me faranno di meglio? – si chiedeva - Avranno almeno il vantaggio che ne lascio loro la possibilità”.

Decidemmo, ciascuno a partire dalle proprie motivazioni soggettive, di lavorare nella nuova scuola da lui voluta: L’Ecole de la Cause Freudienne, e ci incontrammo prima a Parigi e successivamente anche in Italia, paese particolarmente amato da Gennie, dove  già dagli anni 70, insieme al marito Paul, teneva periodicamente degli incontri sullo psicodramma analitico, e dove, nel 77, aveva pubblicato il suo libro “Il taglio femminile saggio psicoanalitico  sul narcisismo”.

Negli anni 80 non c’era ancora il fax, e tanto meno la posta elettronica. Gli scambi richiedevano tempi diversi, il tempo della lettera, ma non per questo erano meno intensi.

Come ricorda Gennie nel suo libro L’histoire à l’envers nella nuova scuola c’erano prevalentemente giovani, giovani militanti o ex-militanti “giovani per me – precisa Gennie - che avevo già l’età per essere loro madre”. E io ero tra quelli, vicino a J-A. Miller, ma questa differenza non ha mai impedito che ci fosse una stima reciproca.

Ci accomunava l’interesse per la matematica e per la questione femminile.

 

Nell’histoire Gennie  racconta di come sia giunta alla storica decisione di mettersi in gioco nell’Ecole de la Cause Freudienne.

Durante una seduta di controllo Lacan le aveva detto: “Lei deve cominciare a vedere” e questa parola, “vedere” - che non poteva non ricordarle la modulazione del tempo così come è formulata nello scritto sul tempo logico, saggio che l’accompagnerà, come un filo rosso, per tutto l’arco della sua pratica clinica - la colpì così fortemente che, scrive “i due specchi si sono rotti nello stesso istante: quello con cui facevo inopportunamente funzione in quanto analista, per il mio analizzante, e quello che pretendevo fosse Lacan per me.

Mi, ingegnavo, in effetti, a fare in modo che ricevesse e mi restituisse le stesure, seduta dopo seduta, del mio analizzante, per trovarmi completata; credevo così di sigillare l’accordo: vede, signor Lacan, come lavoro bene.”

“Il colpo di gong di Lacan aveva rotto lo specchio.”

Da qui, l’atto psicoanalitico è sempre stato al centro della sua pratica.

“Così passai dal registro scopico - che mi faceva credere a ciò che vedevo, come in me stessa, - al registro invocante, quello in cui la castrazione diviene particolarmente brutale.

Il taglio aveva rotto lo specchio che era tessuto da Eco e quindi da immagini – sonore come l’Eco di Narciso – Il taglio aveva frantumato la macchina per sedurre Lacan.”

La voce l’aveva liberata dal vedere. Si era risvegliata dal sonno di Narciso e si trovava esposta alla violenza della Voce stessa: “Nome del padre – scrive in L’entrée dans le temps - in cui si fonda la legge della castrazione simbolica.”

 

Gennie intese il “Lei deve cominciare  a vedere”  come un’ingiunzione  a porre fine a quell’intrigo, a quel comportamento abile e ingannevole, che consisteva nel fare di Lacan uno specchio, dopo essersi lei stessa costituita come lo specchio dell’analizzante.

“Di colpo il falso dialogo intersoggettivo ebbe fine.”

All’istante dello sguardo fece seguito il tempo per comprendere e infine giunse il momento per concludere.

“Era giunto il momento di prendere io stessa la decisione che mi concerneva, non tanto di entrare nella scuola ma di ‘fare con il mio essere ’ nella Scuola, nella sola istituzione, secondo me, suscettibile di prendere corpo. Scegliendo la Scuola voluta da Lacan sceglievo l’istituzione, secondo il mio desiderio”.

 

 “Niente  più padre”, non più un’istituzione come l’Ecole Freudienne il  cui atto di fondazione, del 21 giugno 64 recita: “Fondo – solo come sono sempre stato nella mia relazione con l’inconscio - ma, una lettera, di dissoluzione della Scuola da lui fondata e al tempo stesso di invito, che recita invece: “Chiamo ad associarsi”.

Si trattava di fare dunque una nuova Scuola: rispondere alla lettera di Lacan significava decidere, si era chiamati a una decisione soggettiva, “non mondana” – precisa Gennie.

 

E si trovò così ad avere a che fare con una nuova generazione di persone decise e non certamente apolitiche. “Avrei dovuto lavorare con dei militanti. – scrive - Cosa dire di questo incontro tra una persona affetta da apoliticismo patologico e delle persone nate militanti, grazie alla loro storia personale e la loro epoca? Non era certo un caso ma una necessità logica.”

Gennie ci racconta le sue difficoltà iniziali per capire cosa lei potesse fare per far vivere la Scuola. “Tra il sapere e il fare c’è un abisso. E’ stata per me una scoperta tardiva e mi sono occorsi tre o quattro anni per scoprire la mia strada. Ma un giorno Lacan mi ha detto: “Ci sono diversi gradi di comprensione”. Occorreva fare la Scuola.

 

L’aver messo alla prova su se stessa queste difficoltà iniziali e la certezza che non ci si potesse che incontrare poiché si era mossi dallo stesso desiderio di far vivere la Scuola e che occorresse mettere da parte l’invidia per chi aveva competenze diverse “poiché – precisa - ciascuno, nel perseguimento della causa psicanalitica, si troverà a fare il proprio cammino in senso inverso rispetto a quello che già sa” –  l’hanno sempre accompagnata e le hanno permesso, nella difficile situazione italiana, intrisa di particolarismi narcisistici, di invitare, con insistenza, ripetutamente, a lavorare con chiunque, a non sottrarsi alla castrazione. Inviti a rompere lo specchio per “giocare ai tre prigionieri”, dove la verità per tutti dipende dal rigore di ciascuno. “Nessuno attinge la verità se non attraverso gli altri” – scrive Lacan nello scritto sul tempo logico.

 

Proprio per questo mi sento di dire che Gennie ha sempre messo in funzione e ha sempre giocato la singolarità femminile, il non-tutto, il “senza eccezione”, proprio di tale posizione.

Gennie decise di occuparsi degli statuti “Mi sembrava così di assumermi le mie responsabilità e di collaborare a istituire la mia Scuola. Ancora un’ingenuità.- dice -  Nessuno si aspettava i miei statuti. Gli scrissi lo stesso. Ora rileggendoli sorrido, ma allora non sorridevo proprio. Mi lamentavo e recriminavo sovente. Feci così la mia ultima scoperta: consisteva nel passare dalla lamentela e recriminazione patologiche, private, alla parola pubblica, oggettiva. Dovevo parlare, non con questo o con quello, ma dalla tribuna dell’Ecole e senza pathos”.

La sala viene a fungere da terzo. Non più il tu – complice o nemico, specchio ingannevole, ma l’istituzione, indispensabile in quanto sta al posto di A incessantemente preso d’assalto dal soggetto nel suo atto di parola. “Sempre mancata e sempre là, nel luogo dell’irraggiungibile A, l’istituzione è diventata la mia Scuola. – precisa - La facevo esistere, come ciascun altro nella Scuola.”

Ancora la testimonianza di una posizione femminile dove la singolarità non teme di confondersi con il tutto.

Non per questo Gennie ha mancato di interrogarsi sulla propria posizione rispetto al sintomo di massificazione prodotto della Scuola. “Ne facevo il mio sintomo privato? Certo! Non potevo esimermi dalla sorte comune. Chi lo può? Ma la Scuola ha una funzione politica precisa. Costituisce un luogo dove si mette alla prova la capacità di un gruppo ‘a saperci fare con il proprio sintomo ’. E’ il suo obiettivo. E ciascuno dei suoi membri, se non cede sul proprio desiderio di analista, lavora per l’obiettivo della Scuola. L’Ecole non sfugge al sintomo comune. Non dobbiamo stupirci, dunque, se si verifica il sintomo di massificazione, come in ogni altra istituzione. Nessun analista si è mai sognato di negare il sintomo. Per me questo luogo mi ha permesso di trasferire il mio sintomo in un conto comune”.

 

Anche nella pratica clinica Gennie ha sempre fatto valere il proprio stile di analista, accentuando l’importanza del taglio, della sorpresa, dell’atto psicoanalitico di cui dà testimonianza negli innumerevoli resoconti di casi clinici che ci ha lasciato.

 

Insofferente nei confronti delle classificazioni, si è sempre tenuta lontana dall’uso convenzionale delle categorie cliniche e si è trovata più a suo agio con quella che J.-A. Miller definisce la seconda clinica di Lacan, una clinica floue che mette in funzione il “non sicuro” del pensiero approssimativo senza però perdere di vista i mathemi.

Si tratta di una logica, con classi dai contorni incerti, che risponde alla situazione storica contemporanea in cui l’Altro non esiste, per cui, basandosi sulle formule della sessuazione di Lacan, si parla di femminizzazione del mondo contemporaneo, nel senso in cui le donne sono più a proprio agio con l’instabilità e la contingenza.

“Se c’è struttura, si tratta di una struttura elastica, flessibile, - scrive Gennie in  L’hystérie est-elle une structure nosographique? - che si può piegare e ripiegare senza romperla né deteriorarla (chiaro riferimento alla topologia) che si ricompone nel corso della cura, attorno a un tratto patologico dominante (un punto di singolarità) che appartiene necessariamente a un’altra entità nosografica rispetto a quella supposta all’inizio. Il processo analitico funziona così come un sistema di commutatori.” cioè di apparecchi che permettono di modificare un circuito o le connessioni tra circuiti.

Un tema caro a Gennie era quello della separazione che per le donne può essere mortifero e che, a suo avviso, non poteva essere liquidato con il  masochismo femminile. Preferiva parlare di follia delle donne.

Il caso di Karine è emblematico: le donne sono confrontate in modo singolare con la separazione e la morte.

Anche questo caso, di cui riporto alcuni elementi, è modulato secondo il tempo logico.

 

Si tratta di una giovane donna di 37 anni, molto bella, assomigliante a Barby, di origine americana, che dopo aver perduto, in giovane età, tutta la famiglia, ha ereditando una grossa fortuna che lei stessa gestisce. Da allora ha continuato a vivere con la nutrice e la governante, anch’esse ereditate. A questo si è aggiunto, da circa dieci anni, un compagno –Pierre – con il quale ha avuto due figli.

Quando ha conosciuto Pierre lui non lavorava e non aveva soldi. Il padre lo aveva privato della madre, della casa della madre e dei soldi. Karine lo ha preso con sé, nella sua casa e lui non ne è più uscito. Non le interessava essere mantenuta da lui, “non cambierebbe niente” – dice.

Poco prima di iniziare l’analisi ha incontrato un altro uomo Pascal, l’opposto di Pierre, libero, forte, generoso, e nelle relazioni sessuali con lui gode in modo inimmaginabile. Chiede all’analista di aiutarla scegliere.

Gennie interviene dicendole: “Se non può scegliere, non scelga”.

Il vero problema non è infatti la scelta amorosa, ma dove si trovi il soggetto.

“Karine – osserva Gennie – fa l’uomo, e cioè la Madre con la M maiuscola. Si prende i propri amanti,  manifesta una capacità di godimento fuori dal comune, mangia, dorme, fa l’amore con estrema tranquillità.”

Karine si trova tra due uomini: Pierre e Pascal

La relazione con Pierre è complementare “s’incastrano perfettamente l’uno nell’altra”. “E allora come disincastrarsi?”

Dopo qualche mese di analisi Karine non desidera più Pierre: la complementarietà non è propizia al desiderio. Lo ha riconosciuto lei stessa ma, dice: “non posso abbandonare Pierre, crollerebbe tutto. Quando il mio primo amante mi ha lasciata credevo di morire. La mia nutrice era terrorizzata”.

Su questo punto si concentra l’attenzione di Gennie, su questo fantasma di separazione mortifera.

“Sembra che per Karine la separazione sia mortifera - spiega: non può separarsi dall’uomo di cui è madre perché invece che averla, la madre, ho è diventata. E Pierre non può “togliersi dal ventre in cui è inghiottito”.

Gennie le chiede, allora, perché non scelga Pierre visto che non può separarsi da lui

“Perché ho paura di perdere, perdendo Pascal, l’occasione della mia vita”

Ma, sottolinea Gennie, lei preferisce perdere l’occasione della sua vita.

“Ho paura” è la risposta

Gennie osserva che Karine continua a parlare con voce gradevole, misurata, senza difficoltà. Il suo parlare sgorga fluido come anche la sua sessualità, ma ciascuno separatamente. Il suo linguaggio, stranamente, non si impantana nella sessualità. Linguaggio e sessualità coesistono senza nuocersi. Salvo che Karine parla in pura perdita, poiché le parole nel suo dire non fanno mai atto: lamentele, tentennamenti, e menzogne non portano ad alcuna conclusione, non portano a niente, non hanno nessuna conseguenza. Sono un parlare a vuoto.

L’analizzante se ne rende conto, e ciò produce un primo movimento di vacillazione soggettiva, dolorosa.

Occorre allora reintrodurre il linguaggio nella sessualità? - Si chiede Gennie - Ma come fare?

Karine continua a fare tutt’altro uso delle parole. Con le parole, cerca di abbindolare Pierre e di “riaverlo” come lei dice. Ma non lo vuole più.

Il momento della scelta, che è quanto Karine ha chiesto all’analista, è di là da venire. “Perché il soggetto, con la sua parola decisa, possa dichiararsi pronto ad accettare la perdita a vantaggio del desiderio, occorre che passi per la castrazione simbolica. Ora, per lei la separazione non è una perdita, implica più di una castrazione simbolica, implica la morte reale.”

Come accettarla allora?

Occorre prima di tutto che si liberi del fantasma mortifero, altrimenti non può scegliere, malgrado la sofferenza che sembra aver preso il posto del vuoto.

“Ci vuole ancora molto lavoro e in analisi questo lavoro è possibile, grazie al transfert: Karine non è più sola tra i suoi due amanti.”

Dopo il tempo per comprendere, il suo parlare a vuoto, Karine si trova di fronte alla non scelta e al fantasma di separazione mortifero.

Il lavoro analitico – così come viene portato avanti, quasi a marce forzate, secondo lo stile proprio dell’analista - mira a mettere a nudo questa implicazione.

“Finalmente dice di soffrire: è una novità” - scrive Gennie

Dov’è allora il beneficio? Ci sarà, - dice - ma occorre passare per il dolore

Gennie affronta, senza cedere sul proprio desiderio di analista,  la dimensione mortifera più intima del soggetto. E’ questa la sua scommessa, per trovare una via possibile verso il vivente.

“Non sapeva né di soffrire né di mentire. Ora mi parla del suo dolore. La sua parola che prima serviva solo a dominare, sedurre, affascinare, dice la sofferenza e me la indirizza.

Il cambiamento è radicale, è di discorso.

Le dico che oggi prova il dolore che non ha provato alla morte di sua madre, e che aveva provato in occasione della prima separazione senza però sapere quale morte piangesse. Le dico anche che non poteva restare inespresso che deve passare di là per sapere cosa ha perso e cosa eventualmente perderà. Il suo dolore le restituisce la parola, e questo è possibile solo in analisi. Una parola che avrà effetto nella sua vita amorosa.”

Per ottenere che la parola non sia vuota, che non resti senza conseguenze, occorre pagare un certo prezzo di sofferenza. L’analista è colui che sostiene il passaggio da un certo “bla-bla” alla decisione soggettiva.

Ma in questo caso il momento della scelta è di là da venire e Gennie decide una sospensione.

E’ il momento di concludere il tempo per comprenere.

“Karine ha visto e io ho visto; - scrive - finito il tempo di vedere possiamo mettere in equazione ciò che vediamo: in gioco, oltre a Karine c’è un nero e un bianco. Nero e bianco posti su i due piatti di un’ipotetica bilancia si equilibrano poiché sono perfettamente opposti: l’uno, Pierre, è imprigionato e imprigiona, l’altro, Pascal, offre la libertà e la vita. Fino a qui hanno lo stesso peso.

Per il momento Karine e io possiamo constatare che ha preso distanza rispetto al suo progetto di vita, che è più interessata al lavoro analitico che a conservare ciò che ha, è più occupata dal dolore che dal piacere.

Senza sostegno dell’analista sarebbe stato impossibile, ma con questo sostegno l’analista rischia di affossarsi e rischia una connivenza con il sintomo.”

Il sostegno le viene tolto.

“Non sono sua madre, e il suo dolore le è da me massivamente rinviato. Non sono più l’oggetto del suo desiderio ma soggetto e depositario della significazione nell’Altro.

Come accetterà di parlare senza mai concludere? – si chiede -

Sa che l’atto di decisione non riguarderà la scelta dell’uno o dell’altro. Dovrà fare un lavoro di analisi per liberarsi dell’alternativa stessa. Deve guarire dall’alternativa.

Per il momento Karine, forte della mia dichiarazione di partenza, non si sente più lacerata da una scelta impossibile.”

L’interruzione decisa dall’analista, l’atto dell’analista che sigla il momento di concludere il tempo per comprendere, il suo chiamarsi fuori, fa sì che l’analizzante non sia più prigioniero e possa rimettersi nuovamente in gioco per trovare una soluzione, se lo desidera, all’alternativa, senza che la perdita sia mortifera.

 

La decisione, l’atto, l’attenzione continua a distinguere un vuoto “bla-bla” da una parola che abbia delle conseguenze nel reale, hanno sempre contraddistinto Gennie, sia per quanto riguardava se stessa, sia nella sua pratica di analista. In questa sua posizione risuona un’interpretazione di Lacan a lei rivolta, che lei ha reso famosa: “Porterò la sua analisi fino alla fine”, indice di un rapporto di forza, non tra analizzante e analista, ma tra l’inconscio e il rimosso, tra l’inerzia della nevrosi e il desiderio.

 

Concludo così questa testimonianza su Gennie Lemoine, che mi ha dato l’occasione di ripercorrere un lungo e fecondo periodo di storia della psicoanalisi, dove ciascuno di noi si è messo alla prova nella propria singolarità.